Ciao Luis...

[...]
Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un
sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali
sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola
dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a
sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo, tornava indietro planando,
girando più volte attorno al campanile della chiesa.
«Volo! Zorba! So volare!» strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
«Bene, gatto. Ci siamo riusciti» disse sospirando.
«Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano.
«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.
«Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù» lo salutò l’umano.
Zorba rimase a contemplare la gabbianella finché non seppe più se era pioggia o se erano lacrime
le gocce che annebbiavano i suoi occhi gialli di gatto nero.
Da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepùlveda





